Lettera aperta al Biellese sulla legge Maroni: siete disposti al dialogo?

Ho avuto una (fitta) corrispondenza con il <b>direttore del Biellese, Pier Michele Girola.</b>

Ecco una delle lettere che ho spedito al direttore, il quale aveva accusato Grillo di <b>interventi sul precariato falsi, demagogici e strumentali</b>.

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"Schiavi Moderni" voleva essere solo un libro che riportasse storie, purtroppo, vere di ordinario precariato. Le polemiche di questi giorni ci fan capire che "Schiavi Moderni" è molto di più che una raccolta di testimonianze: è il segnale del disagio di una generazione. Sarà allora il caso, nonostante sia Ferragosto, di provare a rifletterci ancora.
Una organizzazione certo poco contigua al terrorismo quale l'OECD ha più volte ricordato che quando si liberalizza il lavoro a termine, tale riforma va accompagnata da riforme nel campo della protezione dell'impiego, altrimenti si viene a creare un mercato del lavoro caratterizzato da profonde differenze tra lavoratori a tempo determinato e a termine con diversi diritti, tutele e retribuzioni, specie per i giovani e per i meno qualificati. Inoltre si può produrre un ricorso ai contratti a termine che genera un effetto negativo su produttività e crescita professionale: il lavoro a termine è spesso caratterizzato da breve durata del contratto e da assai limitate opportunità di crescita professionale (e quindi di retribuzioni e pensioni), o addirittura di formazione delle competenze. In breve: senza interventi a protezione del lavoratore a termine, la flessibilità si trasforma in precarietà con conseguenze immediate sulla vita dei singoli lavoratori coinvolti e di più lungo periodo sulla società .

Quest'ultimo aspetto non viene spesso enfatizzato. Inviterei tutti ad una breve riflessione. La disciplina del mercato del lavoro, se mira alla sola flessibilità , rischia di innescare effetti indesiderati, se non contrastanti, rispetto a quelli che si dichiara di voler perseguire. I vantaggi di breve periodo che si ottengono da forme d'occupazione temporanea possono tramutarsi in svantaggi nel lungo periodo, in termini di maggiori costi per il sistema pubblico, sanitario e previdenziale, e per la composizione stessa della spesa sociale. Questo perché la precarietà influenza comportamenti e stili di vita che vanno al di là di scelte strettamente economiche: quando, ad esempio, costituire un nuovo nucleo familiare, aver figli o accendere un mutuo?
Il problema è il solito: se il lavoro è flessibile gli imprenditori assumono più facilmente, ma senza le adeguate protezioni sociali, il rischio d'impresa va a ricadere sui lavoratori nel breve periodo e nella società (ovvero su tutti noi) nel lungo. Siamo disposti a condizionare così pesantemente il futuro (di tutti) a vantaggio (di pochi) di oggi?

Vediamo ora cosa hanno prodotto in Italia le riforme del mercato del lavoro. Negli ultimi 10 anni sono stati creati più di 2 milioni di posti di lavoro, soprattutto grazie al forte incremento dei contratti temporanei e dalla regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Nella postazione agli "Schiavi Moderni" viene fatto rilevare come il ricorso a contratti temporanei o a impieghi part-time abbia "diluito" l'occupazione. Se è infatti aumentato il numero degli occupati, la produzione totale non ha seguito un andamento analogo: si è prodotto lo stesso livello di PIL con un uguale volume di lavoro. Il numero di occupati è aumentato solo perché due lavoratori a termine con un contratto di 6 mesi equivalgono ad un lavoratore su base annua. E siccome il costo per l'impresa di 2 lavoratori a termine è inferiore al costo di 1 a tempo indeterminato... (state tranquilli: non mancherà qualcuno che vorrà farci credere che la persona a cui viene rinnovato un contratto semestrale sarà in fondo contenta del protrarsi di questa precarietà ).

Se i contratti di lavoro atipici rappresentano meno del 15% dell'occupazione totale, il 30% dei giovani hanno un contratto di lavoro dipendente in forme atipiche. Il valore è tre volte superiore rispetto alle altre classi d'età e questo ci avverte che i "nuovi" impieghi sono prevalentemente atipici mentre un'analisi del livello d'istruzione presenta risultati sorprendenti: l'incidenza dell'atipicità è superiore per i laureati.

Infine i dati sulla cosiddetta "trappola della precarietà", cioè il passaggio mancato da lavori precari a stabili: dati ISTAT ci informano che oltre il 55% dei lavoratori atipici ha mantenuto un contratto "atipico" (lavori svolti prevalentemente da lavoratori che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996).
La legge 30 ha cercato di regolamentare il lavoro atipico e, tra l'altro, di disciplinare il fenomeno dei co.co.pro. (ex co.co.co.) nell'intento di restringerne l'uso, se utilizzato come strumento per sottrarsi alla legislazione di tutela del lavoro.
Di fatto però, senza interventi pubblici a tutela del lavoratore atipico, ci si è ancora una volta ridotti ad ampliare le alternative dell'imprenditore privato nell'impiegare lavoro, che ora dispone di tipologie contrattuali, diverse dal tempo pieno e per una durata indeterminata: lavoro a tempo parziale, determinato, intermittente e ripartito. Di fatto, viene ampliata la discrezionalità dell'imprenditore nell'assumere lavoro mentre nulla si muove per tutelare i diritti dei lavoratori.
Se non interverranno cambiamenti significativi dei tassi di trasformazione verso lavori non precari, con i necessari aumenti di occupazione "reale", il nuovo mercato del lavoro non sarà capace di mantenere il sistema nel suo complesso (risparmi, sanità, previdenza e stato sociale). E di tutto ciò faremmo volentieri a meno.
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Parole del Professor Mauro Gallegati, Università Politecnica delle Marche, Dipartimento di Economia di Ancona.

Dato che le mail sono confidenziali per <b>correttezza profesionale</b> non riporterò le risposte del direttore. Anche se a dire il vero non ci sarebbe molto da ripostare, dato che sostanzialmente <b>non mi ha risposto</b>. Mi è stato detto che non sull'ultimno numero del Biellese, nell'inserto "Ragazzi in gamba" posso trovare tutti i dati sulla legge Maroni. Vorrei innzanzitutto fare un po' di chiarezza sulla legge 30, legge Maroni, abusivamente chiamata legge Biagi.

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La legge sul precariato va re-intestata al suo legittimo proprietario. Si chiama Roberto Maroni. Per amore di verità la legge sul precariato va chiamata "legge Maroni", l'allora ministro del lavoro.
Il professor Mauro Gallegati ci dimostra gli effetti del Maroni e ci spiega che in Italia non c'è lavoro. Infatti, quando c'è lavoro il precariato non esiste e non c'è bisogno di alcuna legge.

"Caro Beppe,
vorrei proporre ai lettori del blog alcune riflessioni su cose lette e dette nell’ultimo mese: da Piazza Maggiore che avrebbe insultato Marco Biagi, alla disoccupazione che non c’è, quasi, più, alla flessibilità che “crea” un lavoro che non c’è.
Iniziamo a riconoscere che esiste una netta differenza tra il “libro bianco” sull’occupazione di Biagi e la legge 30 (che non è la legge di Marco Biagi, ma semmai di Maroni). Il "libro bianco" di Biagi prevedeva infatti di accompagnare le flessibilità a riequilibri sociali ed a una riscrittura del sistema degli ammortizzatori sociali.
In particolare Biagi segnalava 2 punti di ingiustizia sociale: l’equità intergenerazionale e le diverse tutele di trattamento tra occupati e disoccupati. Insomma, segnalava il disagio di esser giovani e disoccupati (se poi si è donna che vive al Sud…). Scriveva: “la struttura della spesa sociale italiana denota un’accentuata caratterizzazione pensionistica ed una bassa incidenza tanto dei trattamenti di disoccupazione quanto di quelli assistenziali a favore di soggetti in età lavorativa”. Come dire: spendiamo troppo poco in ammortizzatori sociali e troppo in pensioni. E ancora: in Italia “tra le persone in cerca di lavoro vi è una quota elevata di persone in cerca del primo impiego, non coperte dagli schemi assicurativi contro la disoccupazione”, e ciò in quanto “il prevalere della tutela dei rapporti in essere – ha reso meno pressante l’esigenza di fornire un sostegno a fronte del rischio di disoccupazione e, al tempo stesso, producendo una frattura tra occupati e inoccupati, ha contenuto la platea di potenziali beneficiari dei trattamenti di disoccupazione comunque esistenti”. Tendiamo a trascurare l’importanza dei trattamenti di disoccupazione perché questi servirebbero soprattutto a chi ha perde un posto di lavoro, mentre in Italia il grosso dei disoccupati è gente che un posto di lavoro deve ancora trovarlo o che sta transitando da un lavoro precario ad un altro.
Se qualcuno ha voluto chiamare “legge Biagi” la legge 30, è lui che sta insultando la memoria di Marco Biagi, non chi si batte contro la precarietà. L’esperienza dei paesi industrializzati dimostra che la flessibilità non crea lavoro (www.bepress.com) e, senza protezioni sociali, genera soltanto precarietà.
Ha funzionato la legge 30? Viene sostenuto spesso che dopo le riforme del mercato del lavoro, l’occupazione è aumentata di 2 milioni. Ma le leggi sulla flessibilità han prodotto quello che gli economisti chiamano la diluizione del lavoro: la stessa quantità di lavoro viene divisa tra più lavoratori, com’è in fondo ovvio se 2 precari fan lo stesso lavoro di 1 regolare, ma costano molto meno. L’ISTAT ci dice che il tasso di disoccupazione è dimezzato dal 1997 ad oggi (6.2%). Il problema è che una lettura di quel dato va integrata col dato su scoraggiati e unità di lavoro. Tenendo conto di questi elementi, la disoccupazione veleggia ancora ben sopra il 10%. Sempre l’ISTAT ci informa che nel primo trimestre 2007, i disoccupati in Italia sono circa 1.600.000: 2 ricercatori dell’ISFOL, Mandrone e Massarelli (www.lavoce.info), gente abituata a dare numeri meditati, dicono che 1 su 4 dei 3.575.000 precari italiani è non occupato, ovvero che poco meno della metà dei senza lavoro è precaria. Abbiamo bisogno di altri dati per preoccupaci? E allora pensate che quando un precario è disoccupato nessuno gli versa contributi per quella pensione da fame che si ritroverà tra qualche anno e almeno 1 milione di precari negli ultimi 10 anni hanno lavorato con contributi che daranno pensioni sotto la minima. Che il reddito netto annuo di un “permanente” è in media di 15 mila € e di un “precario” di 10 mila €. O ancora: il 12% occupati è atipico (ma tra i giovani la percentuale sale ad oltre il 40%) e questo numero è destinato a salire in quanto ogni anno il rapporto tra “nuovi” precari e precari che si stabilizzano (diventano cioè lavoratori a tempo indeterminato) è di 2 a 1. Sembra poco, ma siamo già ad oltre 3 volte più degli altri lavoratori, e molti di questi sono laureati).
L’introduzione del lavoro atipico nelle forme previste dalla legge 30, ha di fatto allargato il ventaglio delle alternative a disposizione dell’imprenditore privato nell’impiegare lavoro: è stata ampliata la discrezionalità dell’imprenditore nell’assumere lavoro mentre nulla cosa si è mosso per tutelare i diritti dei lavoratori? Si possono (devono?) introdurre riforme sociali a garanzia dei precari, ma il vero problema è che da noi non c’è lavoro: un paese che si proponeva di introdurre dazi per fronteggiare la concorrenza delle merci cinesi, non comprendendo che l’innovazione è il terreno sul quale competere e che continua a non spendere in ricerca, è così miope che il declino che gli si prospetta non è ineluttabile, ma probabilmente meritato. Un abbraccio."

Mauro Gallegati.
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In attesa di risposta,
cordialmente
Federico Pistono, organiser dei Grilli Biellesi